Un pò di Storia

Chianche, in provincia di Avellino, è posta in una posizione collinare a 356 metri di altezza su uno sperone roccioso che si affaccia sulla valle del Sabato.

Le fanno da scialle le colline intorno, ricche di castagneti e di querceti, tra i quali occhieggiano qua e là ciuffi di ginestre. Intorno, si stagliano, simili ad un gran cerchio, i Monti del Matese, il Taburno con la sua “Dormiente”, le colline del Sannio che si congiungono all’imponente e maestosa montagna di Montevergine.

Fanno parte del comune di Chianche la frazione di Chianchetelle, Chianche Scalo e San Pietro Irpino.

Suggestivo è lo stretto di Barba, a 5 Km di distanza sulla statale 88 per Avellino, del quale è consigliata la visita. Chianche, infatti, è raggiungibile percorrendo la Statale che congiunge Benevento con Avellino.

A 12 km da Benevento ed a 21 da Avellino si innesta il ramo della Serra-Bagnara, percorrendo la quale a due Km di distanza, si giunge a Chianche.

Il clima collinare consente di fruire di inverni non molto freddi, di dolci primavere e fresche estati, sicché turisti e visitatori possono godere d’un soggiorno piacevole e sereno.

Una tesi sostiene che l'antico nome di Planca sia dovuto a Munanzio Planco, condottiero romano e amico di Cesare, dal quale ebbe l'incarico di suddividere le contrade della Campania.

E' più plausibile, però, che tale nome vada posto in relazione alle "Plancae" , le pietre quadrate con le quali i Latini lastricavano le strade, una cava di pietre tuttora esiste nella vicina frazione di Chianchetelle.

Il "pl" latino fu sostituito nel medioevo con "ch", sicché Plancae divenne Chianca e poi Chianche. Soggetta a Longobardi e Normanni, Chianche fu feudo dei "De Planca" fino al XVI secolo, passando poi alla famiglia Filomarino, ai Zunica e ai Sanseverino, cui appartiene Gennaro Sambiase, duca di Malvito e S.Donato, principe di Bonifati e sindaco di Napoli dopo l'unità d'Italia.

Di grande interesse, a Chianche, sono il Borgo Medioevale, la Chiesa Parrocchiale e il Castello.

Il Borgo Medioevale, o Centro Storico, si presenta con caratteristiche stradine acciottolate e case basse, sovente collegate da archi a tutto sesto; una struttura urbanisticamente molto unitaria che ha consentito il mantenersi e perpetuarsi di una cultura delle radici profondamente affondate nelle origini stesse della città.

La Chiesa Parrocchiale è di epoca barocca con elementi di stile romanico; si presenta come un organismo unitario, compreso il campanile che è un tutt'uno con la grande massa muraria. La sagoma è severa e massiccia, scarna ed essenziale. E' una chiesa con una singola navata; 'ingresso è imponente. Le pareti laterali presentano colonne ioniche ed archi tutto sesto. Dietro la porta di ingresso vi è una lapide che ricorda la consacrazione della chiesa fatta da V.M.Orsini nel 1964.

Il Battistero è sagomato simile ad un calice in un blocco di marmo bianco, ed è sovrastato da un affresco che rappresenta S.Giacomo Apostolo mentre riceve il battesimo da Gesù.

Lungo la parete sinistra, vi sono quadri di notevole valore artistico, risalenti al '600 e '700, rappresentanti S.Antonio, S.Domenico, Santa Caterina e l'Immacolata concezione.

Di questi è stata richiesta la consulenza artistica della Soprintendenza delle Belle Arti di Avellino.

Di notevole bellezza è il Pulpito ottagonale in legno. Il presbiterio è separato dal calpestio da uno scalino ed ha, al centro, l'altare in marmo massiccio. La volta a cupola ha catino circolare sistemato su un tamburo a pianta quadrata.

Al centro della parete vi è il quadro della Madonna "Causa Nostrae Letitiate" del '600. Molto bello è anche l'organo del '700. I due altari laterali furono consacrati da V.M.Orsini nel 1706.

Il Castello, col suo profilo turrito, richiede un discorso più approfondito perché rappresenta la storia stessa di Chianche. Per quanto ridotto a resti, sia pure cospicui, ne sono chiaramente leggibili origini e trasformazioni. Fonti storiche ne fanno risalire la costruzione ad epoca normanna, mentre pare che il suo elemento più antico sia il Torrione di Via S.Felice, sorto sul primitivo Castrum (il campo militare fortificato a difesa del territorio secondo la tipologia romana).

Lo schema costruttivo fu determinato da una rozza muraglia di modesto spessore che, lungo il perimetro difensivo, coincideva con l'orografia del terreno, caratterizzata dallo sperone roccioso della collina.

La prima citazione storica del Castello risale al 1301 "Pagano l'adoa per il castello di Planca, in pertinenze di Montefuscolo, Guglielmo de Planca" - (De Lellis not.IV fol.265)- ex Reg.Ang. 1301 B fol.17.

Nel corso dei secoli, e soprattutto durante il Rinascimento, il possente edificio subì numerose trasformazioni per essere adattato in castello-residenza ambita dalle più nobili famiglie: i Filomarino, I Caracciolo, i Zunica, I Sanseverino.

Come attesta una lapide all'ingresso, nel 1593 fu acquistato da Giovan Battista Manso marchese de Ville, umanista amico di Torquato Tasso, di Milton e di Marini che ivi furono ospitati.

A Chianche si distingue la parte moderna, in località Vigna, dal Borgo Medioevale.

Partendo da Via Angelina e percorrendo Via Roma, Piazza Duca di San Donato e Via Tasso si giunge al Castello. Un percorso fortemente panoramico che attraversa il Centro

Storico, viuzze e vicoletti suggestivi serrati tra basse case in pietra in cui si addossano archi a tutto sesto che le collegano l'una all'altra.

Fino a qualche tempo fa, in Via Roma si trovava la barocca Cappella di Maria SS delle Grazie, della quale resta un quadro con l'immagine della Vergine. Da Piazza Duca di San Donato si dipartono le vie S. Felice e Torquato Tasso; al loro innesto c'è la Fontana, un'opera barocca in marmo bianco, col blocco centrale che poggia su due gradini ed ha alla sommità il busto del Duca di San Donato. Una lapide ricorda l'importanza assunta dall'Acquedotto di Chianche per il rifornimento idrico dei cittadini. Nei pressi della Fontana si trova un esempio dell'antico sistema di illuminazione cittadina: un lampione in ferro che sorregge il lume. Prospiciente la piazza si trova il Palazzo Cecere con l'artistico portale ad arco a tutto sesto.

Proseguendo lungo Via Tasso e percorrendo una stradina ancora acciottolata, poco oltre i ruderi del Castello, si giunge alla Corte, un ampio spiazzo dove i feudatari riunivano i sudditi durante le feste primaverili ed al cui centro c'è una Torre quadrata che ha alla sommità i resti di una merlatura neoguelfa su archetti di stile neogotico: quanto rimane per l'incuria degli uomini e per gli ultimi eventi sismici. Proprio accanto alla Torre c’è il cancello di ingresso al Castello, che introduce ad un cortile delimitato in parte da mura merlate e consente di giungere all’imponente Scalone del piano residenza. Dalla porta di ingresso si intravede un altare che faceva parte dell’originaria Cappella e che si rivela simile a quello della Chiesa Parrocchiale. È in marmo rosa venato di bianco e reca, sotto uno stemma a destra, la “Z” della famiglia Zunica e, al centro, la data “1779”, anno in cui fu eretto.

La voce popolare riferisce dell’esistenza, una volta, di una galleria di quadri, tra i quali, secondo Padre Natalino Russo, spiccava quello della Madonna con S. Antonio ai suoi piedi dovuto al Borcharet e del quale si sono perse tutte le tracce.

Il ricorrere dei richiami al duca di San Donato (Gennaro Sambiase Sanseverino di Malvito) non è dovuto tanto al fatto d’essere stato questi sindaco di Napoli (dove gli è tutt’ora intitolata una via ), quanto al suo profondo amore per Chianche dove si rifugiava ogni qualvolta aveva bisogno di riposo. Al suo interessamento, infatti, si dovettero la rete idrica cittadina, l’illuminazione a gas, la stazione ferroviaria, la presenza dei Carabinieri Reali, il restauro del Castello e innumerevoli interventi con risparmi personali a favore anche dei singoli cittadini.

La visita a Chianche prosegue col percorrere di Piazza Ascanio Filomarino. Da questa piazza si può godere un panorama fulgente, poiché si guarda verso la Valle del Sabato , il Taburno, lo Stretto di Barba e Montevergine. La piazza, intitolata ad Ascanio Filomarino, ricorda che questa famiglia fu feudataria di Chianche (1568-1583).

Ascanio Filomarino, in particolare, nacque infatti a Chianche, si laureò a Benevento e fu vescovo di Napoli. Da piazza Filomarino parte una caratteristica strada, con rara lastricatura in pietra bianca, detta via Sabato perché scende verso l’omonimo fiume.

Proseguendo dalla piazza, lungo via S.Felice , si costeggia il lato Ovest del Castello e si giunge in piazza Francesco Tedesco, ministro dell’età giolittiana ed illustre uomo politico. La piazzetta è panoramica, contornata da graziose casette

Proseguendo lungo la Provinciale, antico troncone della via Appia che porta a Petruro,

Torrioni e Montefusco, a circa 900 metri da Chianche, si trova la Frazione di Chianchetelle. L’abitato, con strade e abitazioni, segue l’andamento ondulato e morbido della collina. Il nome antico era quello di Plancelle, con origine identica a quanto riferito prima a proposito di Chianche.

All’ingresso del paese si trova un’ampia piazza da sempre chiamata “Campo”, un’area probabilmente destinata fin dall’inizio della sua storia a sosta delle truppe in tempo di guerra e, in periodi di pace, adoperata per i tornei voluti dal feudatario.

Dal Campo si diramano diverse strade, una è quella che conduce in località Pieschi per scendere fino a un’antica cava nota come “carcàra” (dove vi era una fornace di calce), un’altra, in salita, che porta ai “Sacconi” e prosegue lungo i boschi della collina sovrastante.

A poca distanza dal Campo, in una bella Piazzetta, si trova la Chiesa di Santa Margherita. L’edificio religioso è molto semplice, a pianta rettangolare, e consta di tre altari: i due laterali fanno da cornice al centrale, benedetti nel 1685 dal cardinale Vincenzo Maria Orsini. Vi è custodita, tra le opere, la statua della Madonna della Pietà, cui è legata un’antica tradizione popolare che la festeggia la prima domenica di Maggio. Di particolare bellezza è il quadro su tela, posto al centro della volta, che rappresenta la Madonna con il Bambino, S. Filippo Neri, S. Domenico, S. Caterina e Santa Margherita alla quale la chiesa è dedicata. Dalla piazza della Chiesa si domina la Valle del Sabato ed i monti che la circondano, compreso quello dove sorge il Santuario di Montevergine. A destra della chiesa vi è, in discesa, una strada che porta ai “Ranaudi” e prosegue per l’ ”Aeteneta” (un massiccio roccioso che si affaccia sullo Stretto di Barba).

Allontanandosi dalla Chiesa e percorrendo Via Roma si giunge, lungo la strada in leggera salita, al punto più alto di Chianchetelle, con le antiche case in “planca” su strette viuzze e angusti passaggi, dove svetta una Torre quadrata, in parte crollata. Di origine normanna e risalente all’ XI secolo, la Torre era considerata un fortino di grande importanza perché posto bene a difesa strategica dei luoghi ed a punto di osservazione del Valico di Barba, il tratto di fondovalle che mette in comunicazione la media Valle del Sabato con la Pianura Beneventana. Svolgeva, insomma, quella funzione di "avvistamento" della quale parla in una sua opera Domenico Rea, secondo il cui racconto dalle torri "ci si avvisava coi fuochi" dell'approssimarsi delle truppe nemiche.

La costruzione sorge su un alto basamento tronco-piramidale, aveva nella parte superiore finestroni archivoltati e al proprio interno si presentava su due piani, dei quali quello , quello sottostante, senza aperture era adibito a magazzino e cantina. Dalla Torre si domina a vista il paesaggio sottostante per un lunghissimo tratto fino ai profili dei monti del Matese e del Terminio. Il luogo fu scelto da Ruggero il Normanno, nel 1138, come base di appoggio delle sue truppe per muovere contro Rainulfo di Avellino.

Feudatari di Chianchetelle furono Ugone Scillato (dal 1400 al 1423), i De Tocco (fino al 1595), i De Capua e Lanario, conte del Sacco (1595-1695), il barone Filippo Ripa (fino al 1739) e, per ultimo, Saverio Salerno marchese di Rose, che ricevette l'ultima investitura feudatale nel castello abitato di Chianchetelle.

Come Chianchetelle, S Pietro Irpino è una frazione di Chianche.

La si raggiunge dalla provinciale BN-AV: da Chianche Scalo si percorre la strada che raggiunge Bagnara e che, indi attraverso il verde delle querce ed il giallo delle ginestre conduce a S. Pietro. Si trova a 3 Km da Chianche Scalo. Si giunge nel largo della Piazzetta dalla quale si dirama un'antica strada fiancheggiata da graziose casette. Il panorama è di quelli che lasciano senza fiato: la Valle del Sabato, il Monte Taburno, il Monte San Felice, l'abitato di Chianche, il verde che domina incontrastato e che sembra incorniciare tutto.

Nella Piazzetta si trova la Chiesa di S. Pietro, consacrata nel 1721 da Vincenzo Maria Orsini. E' a pianta rettangolare e risale con ogni probabilità alla fine del '300, come sembra testimoniare lo stile tardo-romantico. Semplice, lineare ed essenziale è la facciata, affiancata dal campanile che si eleva, dietro il muro della navata a sinistra, dove c'è un torrione a pianta circolare.

Il Campanile è stato rifatto in epoca recente, ma il rimanente dell'edificio religioso è costruito in pietre e ciottoli. Finestroni ad archi sagomati scandiscono lo svolgimento architettonico all'esterno ed all'interno. All'interno, con nicchie ricavate lungo tutto il perimetro, c'è una sola navata sovrastata da archi a tutto sesto che reggono il soffitto a botte con elementi decorativi esagonali. Le poche aperture soffondono una luce scarsa che esalta il carattere mistico della costruzione romanica. Un cornicione divide il soffitto dalle pareti, lungo le quali s'ergono pilastri con capitelli corinzi.

Uno scalino solleva dal pavimento l'altare, sul quale si trova il catino a pianta semicircolare e diviso in riquadri esagonali.

L'intero edificio è stato restaurato di recente, senza che l'operazione portasse a riscoprire la canonica che vi era annessa e che è andata distrutta. Quanto al nome, il paese era designato come feudo col nome Castrum Sancti Petri. Successivamente, e prima del nome attuale, assunse la denominazione di S. Pietro Indelicato, dall'origine incerta se si esclude l'ipotesi di una probabile e non irrealistica allocazione che sottintenderebbe "In" staccata da "Delicato", nel qual caso appare chiara la volontà di indicare la felice posizione dell'antico Castrum dedicato al Principe degli Apostoli, a significare "nel luogo delizioso".

La felice posizione del Comune di Chianche, in ogni modo, consente al visitatore di cogliere angoli panoramici

e caratteristici ovunque egli si trovi. Per godere di passeggiate piacevoli e riposanti si consiglia di visitare la località "Greci", che si raggiunge percorrendo una strada posta in prossimità della Casa Comunale che porta alle colline che fanno da scialle al paese.

Il silenzio del luogo è rotto solamente dal cinguettio degli uccelli e dallo scorrere dei torrenti. In tale località esiste uno spazio attrezzato per trascorrere giornate tranquille e consumare pic-nic. Tonificanti, suggestive e riposanti sono le passeggiate lungo i boschi, costituiti soprattutto da castagneti che fruttificano la pregiata castagna locale.

In essi si possono raccogliere in primavera ed in autunno asparagi e funghi, per la raccolta dei quali si sta approntando un apposito regolamento.

Da Chianchetelle, lungo la strada per i "Ranaudi", si può raggiungere il massiccio roccioso dell' "Aeterneta", dal quale si può godere l'affascinante ed inquietante panorama dello Stretto di Barba. Rispetto al problema ambiente è inoltre in atto un ambizioso progetto di "Ecomuseo della Valle del Sabato" per il recupero della cultura e della tradizione di tutti i paesi che si affacciano su tale fiume e del quale Chianche occupa un vasto territorio.

Lungo i sentieri ombrosi crescono spontanei i ciclamini, le margherite, il rosmarino e spuntano qua e là asparagi.

Sulla sinistra scorre il Sabato, che prosegue la sua corsa tra i campi coltivati e i boschi che si interrompono di fronte alla montagna che chiamano "Aeterneta", lungo la quale s'arrampica una stradina che porta fino alla Torre-Mastio di Chianchetelle. Un luogo che sembra incantato e che ha visto lo svolgersi dei grandi eventi.

Alcuni storici, infatti, che proprio in questa gola Romani e Sanniti nella battaglia delle Forche Caudine. La tipologia dei luoghi corrisponde alla descrizione che ne fa Tito Livio allorché infatti scrive che i Romani rimasero intrappolati tra "alti dirupi, monti continui e selvosi, in mezzo ad un piano ricco di pascoli e d'acqua, varchi angusti occlusi da grossi tronchi". I fieri e bellicosi Sanniti, che veneravano il lupo sacro a Marte, Dio della guerra, spuntarono improvvisamente dagli alti dirupi, bloccarono l'esercito romano e lo costrinsero alla resa.

L'importanza storica dello stretto di Barba va oltre l'epoca romana, essendo il luogo legato alla leggenda delle Streghe di Benevento che qui si sarebbero riunite per il loro Sabba (convegno delle streghe), lontane da occhi profani e al riparo di lecci e castagni.

Qui la leggenda narra che avrebbero intonato le loro nenie misteriose e intrecciato dialoghi col diavolo apparso sotto forma di caprone. Una leggenda che ancora eccita le fantasie, al punto che sono in molti a credere che, nascosta introvabilmente tra i boschi dello Stretto, si trovi la lapide dedicata a S. Barbato, vescovo di Benevento, che miracolosamente sradicò l'albero del Sabba, così impedendo alle streghe di riunirsi.

Il tempo ha sostituito la fede alla magia malefica, la razionalità all'irrazionale, la cultura all'ignoranza, restituendo lo stretto di Barba alle bellezze naturali perché tutti possano fruirne. Poco oltre, quasi a simboleggiare questo trapasso, e scongiurare definitivamente l'oscuro e terrificante passato, fu eretta una piccola Chiesa dedicata alla Madonna della PIetà , con la semplicità dell'interno, con un solo altare sul quale fino a poco tempo fa c'era l'immagine della Madonna. Qui, la prima domenica di Maggio, ci si reca in processione, rinnovando la secolare usanza (una volta la processione si snodava lungo la "Aeterneta") di venerare la Vergine Pietosa.

Chianche in questo ultimo trentennio è assurta agli onori della produzione di un vino noto in tutto il mondo: "Il Greco di tufo".

Originariamente il suo territorio collinare aveva una viticoltura arcaica e primitiva che comprendeva vigneti di "Aglianico" e di "Coda di Volpe". Poiché il terreno, per sua natura chimico-fisica è sempre stato di ganga zolfifera e di calcio, chi ha creduto nella valorizzazione del vitigno Greco nel comune di Tufo ha intuito che anche Chianche avesse analoghe caratteristiche e che meritasse l'inserimento nella zona d'origine del prestigioso vino. Alla famiglia Pizzella va riconosciuto il merito di aver realizzato il primo vigneto nel 1970 alla frazione Chianchetelle.

Il territorio comunale era a quei tempi in uno stato di degrado non comune e la maggioranza degli abitanti aveva scelto la via dell'emigrazione alla ricerca di opportunità di lavoro.

La valorizzazione del "Greco di Tufo", in costante crescita, ha favorito il ritorno nelle colline di Chianche di diverse famiglie che pazientemente hanno iniziato il disboscamento e il dissodamento dei terreni abbandonati al degrado e alle frane.

Sono così nate tante iniziative imprenditoriali agricole che hanno potuto proliferare spontaneamente sul territorio comunale; questo sta vivendo una meravigliosa fase di rinascimento del paesaggio e dell'economia, la quale ha raggiunto meritatamente condizioni floride mai riscontrate in precedenza.

Coerentemente con ciò, è sorta una iniziativa consortile, per merito e volontà dei singoli viticoltori di Chianche in associazione con l'Azienda Mastroberardino di Atripalda, in un gemellaggio che punta a superare i limiti derivanti dal frazionamento della proprietà contadina, senza penalizzare, anzi esaltando il fattore di imprenditorialità.

Il progetto, operante già da alcuni anni, tende alla omogeneizzazione qualitativa e alla razionalizzazione produttiva di questa importante risorsa della zona.

E' grazie all'impegno di tanta gente operosa che Chianche, questa antica Planca, o pietra, oggi è considerata una pietra miliare nell'economia provinciale.

(Dott. Antonio Mastroberardino)